Isabella d’Este - donna di grande erudizione, mecenate illuminata e figura chiave negli equilibri politici del suo tempo - fu moglie del marchese Francesco II Gonzaga. Rimasta vedova nel 1519, Isabella trasferì la propria residenza dal Castello di San Giorgio alla Corte Vecchia, in un’area di origine medievale appositamente trasformata per incontrare non solo i suoi bisogni pratici, ma soprattutto le sue esigenze di rappresentanza.
Oggi l’appartamento vedovile è difficile da visualizzare come ambiente unitario, perché la costruzione, nel corso del Settecento, del corridoio da cui siete entrati lo divise in due sezioni, l’ala detta di Santa Croce e quella dei Camerini, dove ora ci troviamo. I camerini, cioè lo Studiolo e la Grotta, erano spazi intimi e privati che la marchesa ricreò sull’impronta di quelli allestiti in Castello circa vent’anni prima, di cui riutilizzò gli arredi.
Gli ambienti che oggi vediamo, però, sono il risultato di un restauro degli anni Trenta del Novecento che, nel tentativo di ripristinare l’allestimento isabelliano alterato nel corso del tempo, creò un ibrido di elementi riconducibili a più epoche.
La sala detta “della Scalcherìa” funge da anticamera e venne interamente affrescata nel 1523 dal mantovano Lorenzo Leonbruno e decorata “a grottesche”, cioè con figurine mostruose e fantastiche alternate ad elementi vegetali. Questi motivi, molto innovativi per la Mantova del tempo, riprendevano una moda nata a Roma alla fine del Quattrocento con la scoperta della Domus Aurea di Nerone. Le scene di caccia nelle lunette alla base della volta sono la metafora di un tema caro alla marchesa: il dominio sulle passioni.
Trascrizione
Isabella d’Este - donna di grande erudizione, mecenate illuminata e figura chiave negli equilibri politici del suo tempo - fu moglie del marchese Francesco II Gonzaga. Rimasta vedova nel 1519, Isabella trasferì la propria residenza dal Castello di San Giorgio alla Corte Vecchia, in un’area di origine medievale appositamente trasformata per incontrare non solo i suoi bisogni pratici, ma soprattutto le sue esigenze di rappresentanza.
Oggi l’appartamento vedovile è difficile da visualizzare come ambiente unitario, perché la costruzione, nel corso del Settecento, del corridoio da cui siete entrati lo divise in due sezioni, l’ala detta di Santa Croce e quella dei Camerini, dove ora ci troviamo. I camerini, cioè lo Studiolo e la Grotta, erano spazi intimi e privati che la marchesa ricreò sull’impronta di quelli allestiti in Castello circa vent’anni prima, di cui riutilizzò gli arredi.
Gli ambienti che oggi vediamo, però, sono il risultato di un restauro degli anni Trenta del Novecento che, nel tentativo di ripristinare l’allestimento isabelliano alterato nel corso del tempo, creò un ibrido di elementi riconducibili a più epoche.
La sala detta “della Scalcherìa” funge da anticamera e venne interamente affrescata nel 1523 dal mantovano Lorenzo Leonbruno e decorata “a grottesche”, cioè con figurine mostruose e fantastiche alternate ad elementi vegetali. Questi motivi, molto innovativi per la Mantova del tempo, riprendevano una moda nata a Roma alla fine del Quattrocento con la scoperta della Domus Aurea di Nerone. Le scene di caccia nelle lunette alla base della volta sono la metafora di un tema caro alla marchesa: il dominio sulle passioni.