Rivedere le stelle

Etienne-Léopold Trouvelot Grande nébuleuse d’Orion, 1874-1875 Parigi, Bibliothèque de l’Observatoire de Paris

Trascrizione

La vostra discesa agli inferi è ora completa. Avete, in un certo senso, incontrato Lucifero in persona. Dante stesso, il Sommo Poeta, rimane quasi senza parole al cospetto dell’angelo reietto. Raggiunto il culmine negativo dell’inferno, è solo grazie a Virgilio che il poeta può raggiungere la salvezza. 

In questa ultima sala, l’occasione per alzare lo sguardo e “riveder le stelle” ve la offrono le costellazioni dipinte in grande formato da due maestri - questa volta del nostro tempo - Gerhard Richter e Anselm Kiefer.

Ma chi ha vissuto l’inferno in terra, e ne è uscito, come sopravvive? Matteo Lafranconi, direttore di Scuderie del Quirinale, nel saggio che conclude il catalogo a supporto della mostra, mette a confronto voci di grandi autori della letteratura internazionale e di testimoni delle grandi stragi del Novecento.

Fedor Dostoevskij, nei Ricordi della casa dei morti, racconta dell’infernale carcere zarista di Omsk in cui rimase per quattro anni. Secondo lo scrittore russo, la leggerezza di un nuovo inizio può essere raggiunta solo se ci si lascia alle spalle il ricordo degli orrori di cui si è stati testimoni. 

Allo stesso modo, la psicanalista Luciana Nissim Momigliano, sopravvissuta ad Auschwitz, scrive nelle sue brevi memorie:

Io amo pensare di aver girato pagina. Auschwitz è stato un libro dell’orrore ma l’ho chiuso e ne ho cominciato un altro della leggerezza e dell’amore.

Il costo di questo oblio, dell’inibizione di sentimenti primitivi quali la paura, la vergogna ed il disgusto, per alcuni ha però un prezzo troppo alto. Il “non-sentire” - come lo descrive il pianista ungherese György Sebők sopravvissuto al campo di Buchenwald - finisce per anestetizzare ogni sentimento, e complica i processi di creazione artistica.

Primo Levi scrive che sopravvivere all’inferno riempie l’uomo di vergogna, 

“Quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.”

Insieme alla vergogna, Levi parla di un’ombra indelebile che s’insinua nell’animo del sopravvissuto e sovrasta il sentimento di salvezza. Uscito da Auschwitz, lo scrittore era perseguitato dall’idea che la sua nuova vita fosse un sogno, dietro cui l’orrore del Lager permaneva come unica verità. 

Come nota Lafranconi, Levi però rifiuta la soluzione del “non-sentire”. Questa riduce l’individuo allo stato di mera espressione del suo bisogno di esistere. Meglio, per Levi, un approccio analitico di fronte al male, una “curiosità” di comprendere - a costo di passare per cinico. 

Il rifiuto di cavarsela mettendo una “barriera tagliafuoco” tra sè e l’Inferno accomuna Levi alla scrittrice olandese Etty Hillesum, morta ad Auschwitz nel 1943. Nelle sue testimonianze, rimaste nascoste per decenni, Hillesum con straordinaria tempra morale esorta a rifondare un principio universale di umanità, e scrive “Quel che conta in definitiva è come si sopporta il dolore, e se si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima.”

Hillesum trova negli stessi anni un contrappunto nel pensiero di Simone Weil. Per la scrittrice e attivista francese, l’Europa del dopoguerra avrebbe dovuto abbandonare il “linguaggio dei diritti”. Il problema dell’insistere a rivendicare diritti, secondo Weil, è che si scivola verso il ricorso alla forza. Weil auspicava invece un linguaggio dell’obbligo, dei doveri che precedono e fondano i diritti stessi. Questi obblighi scaturiscono dal rispetto inteso come riguardo e attenzione per ogni essere umano e per i suoi bisogni, sia fisici che spirituali.

Forse allora quelle stelle dantesche, quella luce che nella notte più oscura eleva l’impaurito poeta verso la salvezza, altro non sono che una proiezione di quanto è sacro nell’animo umano - il bene, la bellezza, la giustizia e la verità.