Trascrizione
Dal Doktor Faustus di Thomas Mann, 1947
“Avevo la mente pronta e buoni talenti, doni a me concessi per grazia dell’alto dei cieli che avrei meglio potuto usare con modestia et onestade, ma troppo bene sentivo: ch’è il tempo, questo, in cui non v’è opera che far si possa in maniera devota e semplice, giustamente, e l’arte s’è fatta impossibile senza l’aiuto del diavolo.”
A parlare, in questo estratto era Schleppfuss, una delle identità fittizie assunte nel romanzo di Mann da Mefistòfele. Il nome di Mefistofele, il demoniaco accompagnatore del Dottor Faust, compare per la prima volta in un racconto popolare tedesco del 1587, e nei secoli successivi si è diffuso con leggere variazioni anche nelle culture di altri paesi. È insomma un appellativo di demoni e spiriti satanici. Ma da dove deriva? Probabilmente da Ermete Trismegisto, venerato nell’età classica come patrono dei maghi e degli alchimisti.
Nel tardo Cinquecento Mefistofele si fa strada nel racconto popolare e nel teatro elisabettiano, e poi nei drammi dei poeti dello Sturm und Drang.
Goethe fu affascinato da questo mito, fin dalla prima gioventù. Il lavoro di scrittura e revisione del Faust, che Goethe finirà soltanto poco prima di morire, fu lunghissimo. E la definizione dei caratteri di Faust e Mefistofele è centrale in questa genesi travagliata. Da un lato l'impaziente, imperioso Faust, che anela alla conoscenza, al vigore e alle imprese giovanili; dall’altro Mefisto, un personaggio apparentemente servile, ma che persegue la vittoria finale, senza mai un cedimento.
Faust e Mefistofele, insomma, come poli opposti e complementari. Norbert Miller, nel suo saggio, identifica in questo schema una tradizione che Thomas Mann, nel suo Doktor Faustus, raccoglie ed espande, in un’epoca che era stata dilaniata prima dagli orrori della Grande Guerra, poi dalla Rivoluzione d’Ottobre e infine dal crollo di tutti i valori occidentali determinato dall’avvento di Hitler.
Quasi un decennio prima di pubblicare il capolavoro della sua vecchiaia, Mann aveva esaminato approfonditamente il Faust di Goethe. In un saggio sull’argomento descrive l’ambigua figura di Mefistofele con interesse più che con disapprovazione, mostrando rispetto, quasi simpatia. Per Mann, quel "parto deforme di fango e di fuoco" - sono le parole con cui Faust definisce Mefistofele - è sì una creatura ripugnante ma al tempo stesso grandiosa: “Il fango, cioè il cinismo, l'arguzia sconcia dello spirito in perenne rivolta, intrepido e infuocato, animato da una demoniaca volontà di distruzione".
Il Lucifero di Franz Von Stuck, che trovate sempre in questa sala, fu il pezzo forte di una grande mostra a Monaco di Baviera, nel 1890. Una figura gigantesca, alata e nuda, si china leggermente in avanti. I suoi occhi allucinati sono l’unica fonte di luce della tela. La critica del tempo notò subito che questo Lucifero non ha nessuno degli attributi diabolici dell’iconografia tradizionale. Von Stuck si era rifatto piuttosto alla figura del Pensieroso di Michelangelo, nella Cappella Sistina, e ovviamente al Pensatore di Rodin, realizzato solo pochi anni prima per la Porta dell’Inferno. Ad accomunare queste figure è la testa appoggiata sulla mano: il gesto della melancolia.