L’appartamento vedovile di Isabella d’Este: lo Studiolo e la Grotta

Trascrizione

Vi trovate ora nello Studiolo di Isabella, dove la marchesa conservava il cuore della sua prestigiosa collezione di tele: la Minerva scaccia i Vizi e il Parnaso di Mantegna, il Regno del dio Como e L’allegoria della corte di Isabella di Lorenzo Costa il Vecchio, la Battaglia tra Amore e Castità del Perugino, e l’Allegoria del Vizio e l’Allegoria delle Virtù di Correggio, queste ultime due aggiunte nel 1530, alcuni anni dopo lo spostamento della marchesa in Corte Vecchia.
Nel 1626 le sette opere furono vendute al Cardinale Richelieu e oggi si trovano al Louvre. 

Un portale marmoreo opera di Gian Cristoforo Romano segna il passaggio al secondo camerino, la Grotta. Alle pareti, i sei pannelli lignei intarsiati con vedute urbane e nature morte con strumenti musicali furono eseguiti dai fratelli della Mola nel 1506 per la Grotta di Castello. Erano intesi come sportelli di armadi contenenti meraviglie artistiche e naturali.

Al tempo di Isabella, questo ambiente ospitava antichi cammei, intagli e corniole, numerosi bronzetti moderni di Jacopo Alari Bonacolsi, oltre a due Cupidi dormienti, uno attribuito a Prassitele e l’altro scolpito da Michelangelo, in competizione con l’antico. Sul soffitto, realizzato per questo ambiente, ma con l’aggiunta di una porzione più antica, proveniente dallo Studiolo di Castello, si osservano emblemi cari alla marchesa: il numero romano Ventisette, che, letto come vinti-sette, richiamava il trionfo morale di Isabella sui sette vizi capitali; il motto “Nec Spe, Nec Metu”, cioè “senza speranza, senza timore”, per celebrare il suo comportamento controllato, distaccato dalle cose terrene; e il candelabro ad un solo lume, a simboleggiare la sua unicità e luminosità.

Annesso ai camerini è il Giardino Segreto, recintato da un muro a colonne ioniche alternate a nicchie rettangolari. Nel fregio è riportata un’iscrizione latina che reca il nome di Isabella d’Este e l’anno 1522.