Trascrizione
Potrebbe esistere la geografia senza l’esplorazione, senza il desiderio di scoprire, approfondire e conoscere il mondo? La risposta è no. La geografia si nutre dell'incontro con l'unicità espressa dai diversi territori. I geografi, per questo, operano “con i piedi nel fango”, ovvero a diretto contatto con l’oggetto delle loro ricerche, con il quale si mettono in relazione fisica prima ancora che intellettuale.
L’esplorazione può prendere due direzioni: quella scientifica che punta alla misura dei fenomeni come base del sapere, e quella umanistica attenta alla interpretazione dei fenomeni da parte della soggettività umana.
Parlando di esplorazione non evochiamo dunque soltanto l’epopea delle grandi spedizioni geografiche, ma anche le scoperte, fatte di piccoli tasselli, insite nella ricerca geografica di ciascuno di noi. È il concetto espresso da Jorge Luis Borges, nella citazione che campeggia sulla parete destra della sala: “Non c'è un solo uomo che non sia uno scopritore. Inizia scoprendo l'amaro, il salato, il concavo, il liscio, il ruvido, i sette colori dell'arcobaleno e le venti e più lettere dell'alfabeto; continua coi volti, le mappe, gli animali e gli astri; conclude col dubbio o con le fede e con la certezza quasi totale della propria ignoranza”.
Questa piccola ma importante sala vi invita a conoscere alcune esplorazioni della ricerca patavina del passato, a curiosare tra le esplorazioni della geografia del presente e ad immaginare quali saranno le esplorazioni del futuro. La sala è dedicata a Giuseppe Morandini, carismatico direttore dell’Istituto di Geografia dal 1948 al 1969, che più di ogni altro a Padova si distinse per l’attività esplorativa in senso classico. Fu infatti protagonista di numerose spedizioni scientifiche, da quella coloniale del 1937 nell’Africa Orientale Italiana, a quella nel territorio del Baluchistan iraniano organizzata da Italconsult nel 1958. Tra tutte, una sua esplorazione, di cui fu direttore scientifico, è qui evocata dai materiali esposti sui gradoni, che ci conducono ai confini del mondo, nella Terra del Fuoco cilena. Scopo della missione era studiare l’area, oltre che realizzare il sogno del missionario esploratore padre Alberto Maria De Agostini di conquistare la vetta inviolata del Monte Sarmiento. Questa impresa epica, già fallita varie volte, riuscì, come ci racconta la copertina della Domenica del Corriere, nel marzo del 1956, dopo tre mesi di tentativi, grazie a due tra i più abili alpinisti italiani dell'epoca: il trentino Clemente Maffei e il lecchese Carlo Mauri. Quell’ascesa fu fortunata e straordinaria, un momento unico e irripetibile. Su quella vetta, infatti, nessun altro è più riuscito a mettere piede per moltissimi anni, fino all’ascesa portata a compimento nel 2013 dall'alpinista argentina Natalia Martinez e dal cileno Camilo Rada.
La spedizione è raccontata dai materiali originali trasportati via mare con grandi casse in legno, come quella che vedete in basso, su cui si trova ancora la bolla originale dello spedizioniere Domenichelli di Padova. L’esplorazione è illustrata anche attraverso le fotografie di Morandini che scorrono nello schermo in basso, scattate con una delle macchine fotografiche che i geografi padovani non mancavano mai di portare con sé e di cui, in alto, potete ammirare una piccola selezione. Altri strumenti e taccuini, conservati sotto il vetro delle teche, evocano gli studi sull’altimetria alpina di Giovanni Marinelli, le osservazioni geomorfologiche sulle Dolomiti di Bruno Castiglioni, le ricerche sulle coste italiane di Marcello Zunica, e molte altre piccole ma importanti esplorazioni.
L’esplorazione e il lavoro di campo sono da sempre caratteristiche della geografia patavina, come testimoniano, nello schermo superiore, le immagini di “esplorazioni” didattiche attraverso le escursioni organizzate per gli studenti a partire dai primi anni del Novecento.
L’altro lato della sala è dedicato alle “esplorazioni della geografia”, ovvero ai temi di ricerca delle geografe e dei geografi di ieri, oggi e forse domani.
Nel grande schermo touchscreen potrete navigare nel vasto patrimonio della ricerca geografica del passato attraverso tre livelli di esplorazione: il primo è quello delle biografie dei geografi del passato; il secondo vi consentirà di esplorare le collezioni e conoscere in forma digitale beni del patrimonio non esposti lungo il percorso di visita, ed il terzo è quello delle pubblicazioni scientifiche che è possibile consultare in un Atlante della ricerca per area geografica, autore o anno di pubblicazione.
Accanto al display, un mosaico di 20 tessere girevoli permette di conoscere gli ambiti di studio e le domande di ricerca a cui geografe e geografi padovani oggi cercano di dare una risposta.
A tutta parete i vecchi schedari della biblioteca raccolgono, organizzati per autore, tema e area geografica, le pubblicazioni del passato e fanno da sfondo alle parole chiave della ricerca geografica del futuro, così come immaginate dalla comunità dei geografi italiani in un sondaggio promosso dal Museo nel 2019. Diverse tra queste parole-chiave, da “Land-grabbing” a “Giustizia sociale e spaziale”, da “Migrazioni” a “Globalizzazione”, si confrontano oggi con sguardo critico con gli effetti a lungo termine anche di quella politica coloniale cui proprio un certo tipo di esplorazione geografica fornì storicamente sostegno scientifico e giustificazione politica.
Infine, sulla parete di fondo della sala, l’esplorazione del vicino nel lontano e del lontano nel vicino vengono evocate dalla suggestiva sovrapposizione su planisfero della Gran Carta del Padovano di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni, realizzata nel 1780. Una Padova estesa a tutto il globo invita a riflettere sulle relazioni che la città, l’Università, tutti noi intessiamo quotidianamente con l’intero pianeta. Al tempo stesso, parla di Padova come di una città che si fa mondo, attraversata com’è da traiettorie e spazi di attività che conducono lontano da noi, richiamandone quella vocazione all’apertura e all’accoglienza che permea il suo stesso mito fondativo: l’arrivo dell’eroe troiano Antenore, immigrato dalle lontane coste dell’Asia minore. Un destino che si ripete.
Attendete ancora un momento prima di superare la tenda che separa la Sala delle Esplorazioni dall’ultima sala, dedicata a Giuseppe Dalla Vedova. Da Padova, dove ebbe per primo la cattedra di Geografia, e in seguito da Roma, dove ricoprì il ruolo di presidente della Società Geografica Italiana, Dalla Vedova promosse in Italia una nuova geografia, ispirata ai padri della geografia europea Carl Ritter e Alexander von Humboldt. L’ultima sala, chiamata “Sala delle Metafore”, riprende il titolo di un classico della geografia italiana del Novecento, Le metafore della terra di Giuseppe Dematteis, ed è dedicata al “racconto” che la conoscenza geografica produce sullo spazio attraverso tre metafore o concetti chiave: il luogo, il territorio e il paesaggio.
Entrate pure, dunque, e buona visione!