Le collezioni egizie

Trascrizione

Lasciata la sala Mantova Benavìdes vi trovate ora nella saletta 1 che, insieme alla 2, sono dedicate alle collezioni egizie. Inizia da queste due sale la sequenza delle salette archeologiche didattiche che costituisce la seconda sezione del Museo e si sviluppa in 12 sale per oltre 20 metri. 

Non potete mancare di ammirare da questo punto, spostandovi verso il corridoio centrale e guardando in direzione delle sale successive, lo straordinario spettacolo delle 12 salette disposte sapientemente da Ponti in fuga prospettica: da questo punto i muri sembrano quasi quinte di teatro, scolpite dalla luce che movimenta la modularità dello schema architettonico. 

A sinistra trovate la saletta 1. Questa è interamente dedicata a Tebtýnis, città del Basso Egitto in cui Carlo Anti condusse i suoi scavi tra il 1930 e il 1936. Partendo da sinistra, collane e ornamenti esposti, databili tra il Nuovo Regno, ovvero tra la metà e la fine del II millennio a.C., e l’età romana, sono realizzati in buona parte in faïence, nome con il quale si indica un materiale vetroso costituito da un nucleo di silice e uno strato superficiale vitreo. Sempre dagli scavi dell’antica Tebtýnis provengono alcuni calchi in gesso da originali di epoca greco-romana: tra questi potete distinguere al centro della vetrina la testa di Soknebtýnis, il “dio coccodrillo” qui rappresentato in forme umane. Eccezionale è il gruppo di papiri nella porzione destra della vetrina, rinvenuti negli scavi e perlopiù databili tra la media età ellenistica e l’età imperiale, all’incirca tra il III-II sec. a.C. e il II-III sec. d.C.:  ancora oggi in corso di studio, sono esposti in minima parte per ragioni conservative.

La bacheca sul lato della saletta ospita un reperto eccezionale per rarità: uno dei pochissimi flauti di Pan conservatisi dall’antichità: realizzato con canne palustri tra VI e VIII secolo d.C., non è certo se sia stato rinvenuto negli scavi di Tebtýnis o recuperato sul mercato antiquario da Anti. Le vicende storiche della scoperta di questo oggetto, il suo studio e le ricostruzioni digitali, compresa la riproposizione del suono, possono essere esplorate nella postazione multimediale presente nella sala Mantova Benavìdes.

Spostatevi ora dall’altro lato del corridoio, nella saletta 2. Qui spicca al centro della vetrina un frammento di bassorilievo inciso e poi sovradipinto su lastra calcarea raffigurante probabilmente un funzionario del Medio Regno, ovvero il periodo tra la fine del III millennio a.C. e il sec. XVII a.C.; risalenti all’epoca tolemaica (332-30 a.C.) sono un lacerto di stele funeraria dalla città egizia di Akhmìm e una statuetta in granito rosa raffigurante un faraone. All’Epoca Tarda (672-332 a.C.) risale invece un repertorio di oggetti votivi in bronzo raffiguranti divinità quali Iside, Osiride, Nefertum e Ptah. Nella parte destra della vetrina si osserva come la tradizione egizia rimanga viva anche in età ellenistica e romana. E’ attestata anche da statuette votive databili entro il III sec. d.C., raffiguranti divinità quali Apis, il dio toro, e Arpocrate, figlio di Iside e Osiride, nonché alcune prese di lucerna di età romana con temi connessi a culti isiaci, fra cui un’Iside in trono che allatta il piccolo Arpocrate anche detto Horus. Di rilievo è inoltre una testina marmorea di Giove Serapide al numero 46, recuperata negli scavi del porto di Padova romana: questa documenta la diffusione di culti alessandrini nella Patavium imperiale.

Tra i manufatti più rappresentati nella collezione egizia del Museo vi sono senz’altro gli ushàbti, presenti nella fascia centrale della vetrina. Queste statuette a forma di mummia di piccole dimensioni facevano parte dei corredi funerari. Databili tra la fine del II millennio a.C. e la metà del IV sec. a.C., gli ushàbti esposti sono realizzati prevalentemente in faïence e presentano iscrizioni che riportano il nome del defunto. La grande diffusione della tradizione egizia degli ushàbti ha portato alla realizzazione di imitazioni in terracotta spesso caratterizzate dalla presenza di cartigli privi di senso. Questi manufatti, databili a partire dall’epoca tardo romana e copta e sino all’età moderna e contemporanea, erano inseriti nel mercato antiquario con scopi fraudolenti, e sono oggi testimonianza della cosiddetta “egittomania” imperante fra XIX e XX secolo.

Con il numero 34 in faïence, è anche un balsamario in forma di riccio, mancante dell’imboccatura e della presa: si tratta di un tipo prodotto a partire dal VI secolo a.C. probabilmente a Naucrati, città situata 80 km a sud-est di Alessandria d’Egitto. Questo tipo di balsamario ebbe una grande diffusione nel Mediterraneo in contesti funerari di ambito culturale greco, etrusco e fenicio-punico.

L’esposizione di materiali egizi si conclude sulla destra con reperti di epoca tardo romana e copta come la cosiddetta lucerna “a rana” al numero 53, prodotta esclusivamente in Egitto sino al VI sec. d.C., e al numero 51 due frammenti di ampolle “di San Menas”, martire a cui è collegata la produzione di questo particolare contenitore devozionale rinvenuto in vari contesti del Mediterraneo. Nella parte sinistra della vetrina sono esposte alcune ceramiche provenienti dall’isola di Cipro, che spaziano dagli inizi del II millennio al VII secolo a.C.