Nel triclinio della casa di Caio Giulio Polibio, durante i sontuosi banchetti offerti dai proprietari, esponenti di una ricca famiglia di liberti, si distingueva l’elegante presenza di questa statua in bronzo, utilizzata come sostegno per lucerne. Il corpo efebico, i lineamenti quasi esotici, il colore scuro e i riflessi cangianti del metallo alludevano, in un divertito gioco tra realtà e finzione, alla diffusa presenza nei banchetti di giovani schiavi riccamente abbigliati o anche nudi, vera e propria delizia del convivio.
Si tratta, invece, di una raffinata immagine di Apollo, notevole opera del I a.C., nella quale si fondono - in maniera eclettica - caratteri dell’arcaismo greco (il taglio del volto, gli ampi occhi a mandorla, la preziosa acconciatura rimandano alle celebri statue di fanciulli - kouroi - prodotte nel VI secolo a.C., in Grecia e in Magna Grecia) e un corpo dalle forme morbide rispondente a uno stile più tardo. La statua poteva aver avuto in origine una funzione cultuale; solo successivamente, nel I secolo d.C., secondo una moda attestata a Pompei da altri simili esemplari in bronzo, furono quindi aggiunti un diadema e, applicati alle mani, i racemi porta-lampada così da trasformare l’Apollo in un avvenente schiavo lampadoforo.