L’ammirazione per il mondo greco ed ellenistico, che prese ampiamente piede a Roma e nell’Italia romana nel II secolo a.C. e che portò nelle case e nelle ville dei ceti emergenti il fasto dell’Oriente e della Grecia, condusse – in particolare nel corso del secolo successivo – all’elaborazione di un nuovo linguaggio figurativo, caratterizzato dalla mistione di elementi di differente origine. Nacquero così iconografie nelle quali le rigidità arcaiche, ispirate all’arte greca del VI secolo a.C., vennero stemperate e contaminate con altri modelli come si nota nell’Apollo dalla Casa di Giulio Polibio oppure come nell’erma di Priapo, divinità simbolo di forza vitale e generatrice.
Con l’età di Augusto questo nuovo stile prese contenuti nuovi; l’accento arcaico delle immagini divine, ben visibile nelle lastre in terracotta dal Palatino, strettamente legate ai luoghi del Princeps, servì ad accrescere l’aspetto sacrale degli dei e delle scene del mito rappresentate. Nel contempo gli stessi elementi arcaici, la frontalità dei corpi, le acconciature complesse, le pieghe fitte e ordinate dei panneggi si trasformarono in un sapiente disegno decorativo, parte di un colto sistema di citazioni. Allo stesso modo i grandi capolavori della Grecia del V secolo divennero elementi di arredo, esibiti accanto a soggetti di genere, come il genietto di stagione qui esposto, e ai ricchi corredi per banchetto, che spesso comprendevano veri e propri pezzi da collezione.