La fama universale di Dante è legata alla Divina Commedia, da lui intitolata semplicemente Comedia. L'aggettivo divina, usato per primo da G. Boccaccio, divenne parte stabile del titolo dopo la sua apparizione sul frontespizio dell'edizione veneziana del 1555. Dante la scrisse in volgare, nella lingua popolare e non in quella dei dotti, che era allora il latino, riversandovi una complessa esperienza umana e letteraria, maturata fin dagli anni giovanili. Nelle terzine tradusse le sue aspirazioni religiose e politiche, e le proprie conoscenze filosofiche, storiche e scientifiche, usando ora i toni del raccoglimento spirituale e del misticismo, ora quelli polemici, dell'invettiva e della satira.
Malgrado una mole di studi secolare, i termini esatti della genesi e della cronologia della Divina Commedia sono incerti. Tuttavia, la straordinaria complessità dell’opera, la sua mole monumentale, nonché l’evidenza di un processo evolutivo - nella concezione morale, politica e religiosa dello scrittore, rendono gli studiosi concordi nel ritenere la Commedia un’opera dalla gestazione lunga e laboriosa, composta negli anni dell’esilio da Firenze – probabilmente a partire dal 1306-1307 - e terminata probabilmente poco a ridosso della morte del poeta nel 1321.
Composto in terzine di endecasillabi a rime incatenate il poema è diviso in 3 cantiche, Inferno, Purgatorio e Paradiso, e ogni cantica in 33 canti, per un totale di 100 canti. Non esistono versioni originali ma
Il poema consiste nel racconto fantastico del viaggio compiuto da Dante tra l'8 e il 14 aprile 1300, attraverso i tre regni dell'oltretomba; il viaggio nell’aldilà è tema assai diffuso nel Medioevo occidentale e islamico, ma Dante poco o nulla derivò da essi, rifacendosi piuttosto all'Eneide di Virgilio. Scopo dichiarato del poema è di riportare gli uomini sulla via del bene e della verità, mediante la rappresentazione dei castighi e dei premi che attendono rispettivamente i peccatori e i puri nella vita eterna. Il racconto ha un preciso significato allegorico. Dante che, smarritosi in una selva, per uscirne è condotto prima da Virgilio a visitare l'Inferno e il Purgatorio, e poi da Beatrice alla visione dei beati e di Dio nel Paradiso, rappresenta l'anima umana che, caduta nell'errore e nel peccato, riconosce gli sbagli e se ne pente sotto la guida della Ragione o Sapienza umana (Virgilio). L'anima, così purificata, può poi comprendere le superiori verità della fede, sotto la guida della Sapienza divina affidata al magistero della Chiesa, cioè della Teologia (Beatrice), e pervenire alla beatitudine celeste e all'unione con Dio, che è il fine ultimo per cui essa è stata creata e a cui naturalmente tende.
L'aldilà è descritto da Dante secondo un ben preciso schema architettonico. Tutto l'oltretomba si dispone intorno a un asse infero ideale che parte dal centro di Gerusalemme e, attraverso la voragine infernale che si apre sotto la città, giunge al centro della Terra. Da qui, prolungato sino all'altro emisfero, diventa l'asse di un tronco di cono (Purgatorio), andando a finire al centro di un piano (Paradiso terrestre) dove termina, che è quindi diametralmente opposto a Gerusalemme. Prolungandosi ancora, l'asse ideale sale, di cielo in cielo, sino al centro della rosa dei beati (Empireo).