Per celebrare degnamente con una mostra d’arte il settimo centenario della morte di Dante Alighieri, il tema dell’Inferno si è imposto come un’evidenza. Non solo perché rispetto alle altre cantiche è senza dubbio la straordinaria iconografia infernale ad aver maggiormente ispirato gli artisti, con un duraturo impatto sulla cultura visiva europea; ma anche per la sua attualità, in un mondo in cui la distruzione della natura, le ondate pandemiche, la crisi sociale e culturale ci inducono a riflettere sul destino dell’umanità e sulle cose ultime.
La mostra presenta oltre 230 opere tra pitture, sculture, opere su carta, da Beato Angelico, Bosch, Bruegel, fino a Rodin, Gustave Doré, Giacomo Balla, Anselm Kiefer, con qualche accenno anche al cinema e all’arte popolare. Seguendo un percorso crono-tematico guidato dal filo rosso della visione di Dante, si ritraccia l’evoluzione nel corso dei secoli del concetto del Male e delle giustizie dell’aldilà: l’origine dell’inferno come regno di Lucifero, il Giudizio che condanna i dannati ad entrarvi dopo la morte, l’immaginario visivo predantesco dell’oltretomba e dei suoi abitanti, la topografia della voragine infernale, il viaggio dei pellegrini Dante e Virgilio e i loro incontri con alcune emblematiche figure di peccatori, la natura multiforme del Diavolo e le tentazioni con cui cerca di attrarci, sino alla traslitterazione terrena dell’inferno nei disastri della guerra, nel buio della follia, nelle “città dolenti” della prigione, della moderna metropoli disumanizzata, dei campi di sterminio.
Che sia espressa nei cupi avvertimenti di sofferenza eterna nelle miniature medievali, nell’incontro con un universo satanico fatto di tragedie terrene nell’arte rinascimentale e barocca, nei tormenti dell’anima raffigurati nelle tele romantiche e simboliste, o nelle moderne interpretazioni psichiatriche del mistero del Male, la credenza in un possibile traguardo di dannazione si è dimostrata straordinariamente persistente, esercitando di volta in volta terrore, pietà, fascino morboso o curiosità “scientifica”.
L’approdo di questo tragitto è rappresentato in mostra dall’evocazione dell’idea di redenzione che Dante affida all’ultimo verso “e quindi uscimmo a riveder le stelle”: il senso ultimo del grande affresco teologico-allegorico del poeta.