Trascrizione
Da Il fuoco, di Henri Barbusse, pubblicato nel 1919
La terra! Un vasto deserto sommerso dall’acqua inizia a comparire nella desolazione dell’alba. Pozze e acquitrini con l’acqua gelata dal freddo mattutino, solchi tracciati dalle truppe e dai convogli notturni nei campi sterili, piste che in quella fioca luce brillano come binari d’acciaio, ammassi di fango dai quali spuntano paletti rotti, cavalletti a croce divelti, e fasci arrotolati di filo spinato. Con quei letti di melma e quelle pozzanghere, la piana sembra una tela grigia smisurata che fluttua sul mare, a tratti sommersa. Non piove ma tutto è zuppo, madido, slavato e naufragato, e perfino la luce, livida, sembra che coli. Ora si riesce a distinguere la rete di lunghi canali dove si accumula un residuo di notte. Sono le trincee. Sul fondo hanno un tappeto vischioso, sopra il quale ogni passo produce uno schiocco adesivo, e ogni anfratto odora di piscio notturno: se ci si sofferma, passando, se ne sente il fetore. Da quelle tane laterali vedo uscire e muoversi delle masse grandi e informi, simili a orsi che arrancano nel fango e grugniscono. Siamo noi.
Nel periodo del primo espressionismo, intorno al 1910, alcuni artisti e poeti auspicavano un radicale capovolgimento che avrebbe affrancato la società da convenzioni ormai superate e da un'autorità incapace di riformare se stessa.
Noi oggi sappiamo quello che è successo dopo la Grande Guerra: il crollo del Reich, la devastazione e le terribili conseguenze che la guerra ebbe sulla vita quotidiana della popolazione.
Ma al tempo, l’unica prospettiva per il futuro diffusa dalla propaganda era la certezza della vittoria finale.
Eppure, già nei primi anni di guerra le tracce della tragedia in atto erano più visibili nelle città che nelle campagne, in particolare a Berlino, percepita come una novella Babilonia, un Moloch che divorava il popolo, un luogo di perdizione, un inferno. Dopo l'iniziale esaltazione per la guerra, i tedeschi dovettero fare i conti con la drammatica perdita di vite umane e con la crisi economica, che nel 1918 condusse alla caduta dell'impero, alla rivoluzione e alla proclamazione della Repubblica. L’impoverimento delle tante famiglie rimaste senza padre, i veterani feriti e sfigurati che affollavano le strade ebbero conseguenze sociali che incisero sulla vita quotidiana. Ma c’erano anche i profittatori di guerra: speculatori e affaristi senza scrupoli che si arricchivano con la ricostruzione, o con lo sfruttamento di criminali e prostitute. Gli artisti e i poeti che sperimentarono di persona questa drammatica realtà svilupparono mezzi formali completamente nuovi per raccontare l’inferno della città.
Per Otto Dix (1891-1969), il trauma della guerra fu così sconvolgente da indurlo a rimanere fedele per tutta la vita alla sua formazione realista: la sua missione fu quella di attirare l’attenzione sulle terribili esperienze del reale con opere che avevano la valenza di moniti. Dix completò nel 1932 un monumentale dipinto intitolato Der Krieg, la guerra. Il punto di partenza erano state le impressioni raccolte in tre anni al fronte, e messe su carta una prima volta nel 1924 nel ciclo di incisioni che vedete in mostra.
Ma nel 1933 Hitler prese il potere. Il Terzo Reich non poteva accettare “Der Krieg”, l’opera antibellica per eccellenza, che immortalava realisticamente l’inferno dell’eccidio. Otto Dix fu licenziato in tronco dalla sua cattedra all'Accademia d'Arte di Dresda.