Il fulgur conditum

Sala 8

Il seppellimento rituale di un fulmine (fulgur) e di tutti gli oggetti che da esso erano stati colpiti è un antico rituale di origine etrusca, noto sia dalle fonti letterarie che da alcuni, fortunati, ritrovamenti archeologici in siti come Luni, Pompei, Todi, Minturno, Ostia, e nella città di Roma.

La caduta di un fulmine era interpretata come segno palese di appropriazione di uno spazio o di un oggetto da parte della divinità, e richiedeva perciò il rispetto di precise disposizioni sacre: dopo un’ispezione accurata dell’intera area colpita, effettuata dai sacerdoti, allo scopo di recuperare ogni traccia del fenomeno prodigioso, si procedeva alla vera e propria sepoltura degli oggetti bruciati, a volte all’interno di un sarcofago, insieme alla deposizione del fulmine stesso, riconosciuto in una pietra; la cerimonia era accompagnata da canti funebri, preghiere e dal sacrificio di una pecora di due anni (ovis bidens), e si completava con la creazione di un piccolo tumulo cinto da pietre, a volte in forma di pozzo (puteal). 

L’intera area recintata (bidental), segnalata da un’iscrizione, diveniva al termine del rituale uno spazio consacrato, al pari di una tomba, sottratto al commercio e all’uso da parte degli uomini. Secondo alcune testimonianze letterarie, persino posare lo sguardo su un bidental era vietato, e la profanazione dello spazio sacro era considerata un atto di estrema gravità.