Dall’VIII secolo a.C. in area etrusco-italica il sistema di pratiche rituali poste a garanzia degli aspetti concreti della fondazione urbana trovava origine nella tradizione religiosa degli Etruschi, assunta e codificata dai Romani. Nei racconti sulla nascita di Roma il rito svolto da Romolo sul Palatino è un’applicazione puntuale dei precetti dell’etrusca disciplina (il nome dell’insieme di riti e tecniche divinatorie) ricostruibili in linee generali.
Scelto un punto di osservazione sul territorio circostante, veniva organizzato il templum augurale (auguraculum), luogo delimitato da cippi infissi nel terreno dove era praticata l’osservazione celeste. Rivolto verso Est il sacerdote (l’augure) delimitava la volta del cielo dividendola in settori, all’interno dei quali interpretava secondo precise norme le manifestazioni considerate segni della divinità (come il volo degli uccelli e i fenomeni atmosferici), e a seconda degli orientamenti astronomici concomitanti la levata del sole (il rito si svolgeva tra la notte e l’alba del giorno seguente), si stabilivano i principali assi dell’impianto urbano ed il suo centro simbolico (umbilicus urbis). L’area così inaugurata veniva circoscritta da un solco di aratro (sulcus primigenius) corrispondente al futuro circuito murario, istituendo al contempo il limite sacro della città, il pomerio, ampia fascia di terra al di qua e al di là delle mura libera da ogni attività umana.
Auguracula di forma quadrangolare e cippi sacri di delimitazione, oltre che nella fondazione etrusca di Marzabotto, sono noti nella colonia latina di Cosa (273 a.C.) e nella rifondazione del municipio romano di Bantia in Basilicata (81 a.C.), testimoniando la lunga durata del rituale.