Sin dai primi scontri in età regia con le popolazioni confinanti e fino alla completa conquista della penisola italiana, l’espansione territoriale di Roma comportò una continua necessità di organizzazione del territorio e di gestione dei rapporti con le città sconfitte o con le comunità alleate.
Le colonie si rivelarono per secoli lo strumento più efficace per rispondere a queste esigenze. Completamente diverse dalle colonie magnogreche o da quelle fenicie, le colonie di Roma si dividevano in due grandi gruppi: da una parte le coloniae civium romanorum o maritimae, con un numero fisso di cittadini romani (di solito 300) inviati a presidiare militarmente un territorio o un tratto di costa (le prime furono Ostia e Anzio, ma colonie romane furono fondate fino alla fine del II secolo a.C.); dall’altra le coloniae latinae, con comunità miste, anche molto numerose, che godevano di leggi proprie e buona autonomia, avendo però al contempo obblighi militari e vincoli con Roma nei rapporti con gli altri (Cora e Signia, nel Lazio, furono le prime). Numerosissime colonie latine furono fondate, in Italia e nei nuovi territori mediterranei, per tutta l’età repubblicana, fino al I secolo a.C., quando i grandi personaggi del tempo si lanciarono in intense politiche coloniali per i veterani delle guerre civili, a cominciare da Mario e Silla, per proseguire con Cesare e ancora con Augusto.
Soprattutto con la guerra sociale, molte colonie, insieme a comunità di socii, alleati ancora indipendenti ma stretti a Roma da un patto (foedus), furono promosse al rango di municipi. Si tratta di uno status giuridico che Roma aveva sperimentato già da tempo con l’assoggettamento di Tusculum nel 381 a.C. e che, nella sua formula piena (esistevano eccezioni e limitazioni), garantiva la massima integrazione con l’Urbe, imitandone lo schema amministrativo ma lasciando un grado di autonomia, elemento fondamentale per uno Stato che da tempo aveva raggiunto un’estensione territoriale notevole.