Non diversamente dalle lingue, anche le notevoli differenze tra le religioni dei popoli della Penisola ne rendono manifesta la complessa articolazione. Non solo le divinità, ma anche l’organizzazione dei sacerdozi, le modalità del culto e le pratiche votive sono estremamente eterogenee, così come i luoghi, con i grandi templi di Paestum o Metaponto o i boschi sacri di Ariccia e di Luco dei Marsi. Le specificità locali restano ben leggibili anche quando, dal IV secolo in poi, in un clima di grandi cambiamenti sotto l’aumentata influenza del mondo greco, la religione romana inizia a permeare la penisola, seguendo ritmi diversi, non immediatamente correlati all’espansione militare, incidendo su sistemi molto affini (come quelli latini o sabini) o profondamente diversi (la religione celtica, ad esempio).
L’importanza del culto nella dimensione collettiva e identitaria di un intero popolo (o insieme di popoli) si individua nella diffusione circoscritta di alcune divinità (come Angizia o Mefite per l’area osco-sannitica) e nel carattere politico rivestito di certi santuari, come probabilmente quello di Rossano di Vaglio per i Lucani. Questo santuario, frequentato fino all’età dell’imperatore Caligola, dimostra come l’arrivo dei Romani non comporti necessariamente la fine delle attività precedenti; le aree di culto possono essere riorganizzate, così come gli dei locali essere identificati con divinità romane (interpretatio), come accadde a Reitia, sostituita o affiancata dalla dea Minerva. Le influenze tra i Romani e gli altri popoli che abitavano la Penisola non avvenivano in modo unilaterale, come è testimoniato sin dalle prime fasi della storia di Roma dalla presenza di divinità allogene come Veiove, figura ctonia di probabile origine etrusca o, secondo Varrone, introdotta dal re sabino Tito Tazio.