Il cosiddetto Fegato di Piacenza, ritrovato nel 1887 nei pressi della città e databile intorno al 100 a.C., costituisce una straordinaria testimonianza dell’estispicina etrusca, la pratica divinatoria legata all’analisi e all’interpretazione di interiora di animali sacrificati. Il fegato, nello specifico, organo considerato in connessione con l’origine del sangue e della vita, osservato minuziosamente dagli aruspici nel corso di un preciso rituale, era ritenuto particolarmente utile nella predizione del futuro.
Il reperto piacentino, inizialmente considerato un falso per la sua eccezionalità, riprende le forme di un fegato di montone e si caratterizza per la presenza di numerose iscrizioni in lingua etrusca comprendenti i nomi di circa quaranta divinità inserite in una vera e propria rappresentazione del mondo con precise suddivisioni del cosmo: l’oggetto si configurava così come uno strumento interpretativo nelle mani dell’aruspice e una guida puntuale alla lettura delle viscere.