Un mosaico di popoli: le lingue

Sala 3

La presenza di popolazioni chiaramente differenziate dal punto di vista etnico e culturale nell’Italia preromana, già descritta dagli autori antichi, si riconosce, oltre che dalle tracce della cultura materiale, dalla straordinaria ricchezza delle lingue cosiddette italiche e di quelle non indoeuropee parlate nella Penisola. Le tavole iguvine, in umbro, la tavola di Cortona e il fegato di Piacenza, in etrusco, la Cista Ficoroni, in latino arcaico, la stele, in osco, da Capua e la tavoletta da Este, in venetico, sono solo alcuni esempi di questo straordinario mosaico.

Lingue diverse nelle parole, nella grammatica e nella sintassi, persino negli alfabeti, accomunate dall’appartenenza agli stessi ceppi oppure profondamente distinte, hanno marcato per secoli l’identità dei popoli con cui Roma si è confrontata durante le tappe della sua espansione. Il loro progressivo indebolimento di fronte all’avanzata del latino è forse uno dei segni più tangibili della romanizzazione e dell’unificazione, anche culturale, dell’Italia; al tempo stesso, la sopravvivenza di testi scritti in lingue indigene in città già entrate ufficialmente nell’organizzazione statale di Roma, oppure in greco nelle antiche colonie del Sud della Penisola ben oltre il loro definitivo assorbimento, testimonia la tipica resistenza della lingua parlata e propria di una comunità di fronte alle lingue ufficiali.

L’etrusco, le lingue latino-falische, osco-umbre, celtiche, quelle dell’area ligure e padana, dell’Adriatico meridionale, della Sicilia sono oggi in parte o del tutto decifrabili grazie alle iscrizioni superstiti e agli studi di linguistica storica: son questi ultimi, infatti, che permettono di riconoscere nel latino classico, e addirittura nelle lingue moderne derivate dal latino, le influenze tutt’altro che marginali di quel sostrato preromano riconducibile ai numerosi popoli dell’Italia antica.