A prescindere dal valore artistico, la presenza dei gioielli nelle sepolture, legata anche al loro utilizzo durante il rituale funerario, è particolarmente importante, costituendo un indicatore delle capacità economiche del defunto e dello status sociale. La pratica, tuttavia, è strettamente connessa a codici di valori e normativi di ogni specifica società: ad esempio, fu vietata a Roma, a metà del V secolo (leggi delle XII tavole).
Dalla seconda metà del IV secolo, su modello delle aristocrazie macedoni, i gioielli diventarono più diffusi (anche tra gli uomini), più vistosi e più numerosi anche nelle tipologie; al gusto greco si adeguarono le produzioni del mondo etrusco, italico e magno-greco (in cui Taranto si distinse come importante centro di elaborazione). Nel III secolo, un numero ristretto di sepolture femminili raggiunse inediti livelli di ricchezza, forse approfittando del venir meno di norme di controllo, in concomitanza con l’espansione romana.
Gli elementi esotici erano particolarmente pregiati, come è ben chiaro nella tomba VIII di Montefortino, le cui corone e l’anello col castone, ad esempio, furono rispettivamente prodotti in Grecia settentrionale e nel Mediterraneo orientale. In alcuni casi, i gioielli sono stati realizzati appositamente per la deposizione: è il caso delle fibule Certosa della tomba di Nerka, il cui rivestimento in oro copre anche la molla che dunque con l’uso si romperebbe. Dopo il II secolo a.C., la presenza dei gioielli in tombe è attestata in casi eccezionali, affidando ad altri elementi, come la monumentalità del sepolcro, il compito di rappresentare lo status.