La catabasi (dal greco κατάϐασις, “discesa”) è la discesa di una persona viva negli inferi: un tema già presente nell’epopea di Gilgamesh, redatta in Babilonia intorno al 1700-1800 a.C.
L’Odissea racconta la catabasi di Ulisse (o piuttosto una Nekyia, pratica necromantica di comunicazione con l’Aldilà), compiuta per consultare l’ombra di Tiresia, l’indovino cieco, sul proprio destino. Altri miti greci raccontano che Dionisio discende alla ricerca della madre Semele; Teseo discende imprudentemente con l’amico Piritoo per rapire Persefone, Eracle per catturare il cane Cerbero, e un’altra volta per liberare Teseo. Orfeo quasi riesce a riportare in vita la sposa Euridice. Psiche, sposa di Eros, scende nel regno di Persefone per ottenere un poco della sua bellezza.
Il topos è ripreso da Virgilio nel VI libro dell’Eneide, in cui l’eroe, accompagnato dalla Sibilla Cumana, scende vivo agli inferi per incontrare i Mani del padre Anchise. La discesa di Cristo all’inferno, narrata in testi biblici e nei Vangeli apocrifi e inclusa nella professione di fede apostolica, non è una vera catabasi poiché egli è già morto quando scende per liberare i Patriarchi e i giusti precristiani.
Nella letteratura cristiana predantesca, i viaggi nell’oltretomba sono perlopiù descritti come visioni: la visione di san Paolo, la navigazione di San Brandano o la visione di Tundalo. Nella tradizione islamica del Medioevo, il Libro della Scala e le opere da esso ispirate narrano il viaggio di Maometto all’Inferno dopo essere salito al Paradiso. La più ingegnosa catabasi è tuttavia quella elaborata da Dante, che nella Divina Commedia racconta in prima persona il proprio viaggio nei tre regni dell’oltretomba, Inferno, Purgatorio e Paradiso.
Sono i racconti di questi viaggiatori a modellare i paesaggi infernali dell’immaginario occidentale: le tenebre, l’atmosfera lugubre, il fuoco, il ghiaccio, i fiumi sotterranei, le porte che li separano dal mondo dei vivi.