La questione della morte e dell’Aldilà è centrale in tutti i sistemi religiosi, sin dalle origini. Che comporti o no l’idea di un giudizio e di un castigo per i peccati commessi, la credenza nell’esistenza di un regno dei morti si ritrova in Mesopotamia, in Egitto, in tutte le grandi religioni orientali, presso gli antichi Greci, gli Etruschi e i Romani.
Nei testi più antichi della Bibbia, morire “vecchio e sazio di giorni” è una grazia divina e l’uomo continua a vivere attraverso la propria discendenza. Tuttavia, i morti non scompaiono del tutto: si “riuniscono agli antenati” e soggiornano nello Shéol, un sepolcro, una fossa, un luogo in cui non si può lodare Dio. Quando i Profeti parlano della resurrezione, si riferiscono alla rinascita del popolo di Israele. Circa due secoli prima di Gesù, tuttavia, si elabora una dottrina della resurrezione individuale dei corpi, con la prospettiva di un regno di delizia e quiete per i giusti e di tormento per i malvagi.
Nel cristianesimo questa dottrina prende la forma del Paradiso e dell’Inferno: in una religione di salvezza che rispetta il libero arbitrio umano, l’Inferno è necessario per sottolineare l’importanza della scelta di ciascuno in favore del Bene o del Male. L’Inferno cristiano fa patire i sensi e lo spirito insieme, attraverso il rimorso e la coscienza dell’eternità delle pene e della irrevocabile lontananza da Dio. La sua genesi è oscura. Alcuni scritti extrabiblici del primo giudaismo narrano come il principe degli angeli, creato originariamente buono, si sarebbe opposto a Dio e sarebbe stato scacciato dal Paradiso con una schiera di angeli seguaci. Il mito si ritrova nel Nuovo Testamento: gli angeli ribelli sono precipitati negli abissi tenebrosi dell’Inferno e tenuti in catene eterne.