Le rocce della Valtellina

In questa sala sono esposti 80 campioni di rocce e oltre 200 di minerali.

Trascrizione

In questa sala sono esposti 80 campioni di rocce e oltre 200 di minerali, parte della collezione donata da Giacomo Perego nel 1974, da cui nacque il Museo che vedi oggi. Tutti questi esemplari provengono da tutta la Valtellina e dalle sue valli laterali e sono qui esposti in base a quando si sono formati o trasformati in quello che sono, dai più recenti ai più antichi.

Nelle Vetrine 11, 15, 19 e 20 puoi vedere esemplari di rocce ignee, cioè che si sono formate con il raffreddamento e la solidificazione del magma o fuori dalla crosta terrestre - dette effusive - o al suo interno - quelle intrusive. 

Le rocce sedimentarie nella Vetrina 17 per formarsi hanno bisogno di ambienti acquatici in cui i sedimenti si possano accumulare lentamente nel tempo e consolidarsi in roccia. Si tratta di fondali marini che, spinti verso l’alto durante il processo orogenetico, si trovano ora a formare le cime delle montagne qui intorno…

E infine le rocce metamorfiche, nella Vetrina 13 e 21, quelle che nello scontro tra le due placche sono state sottoposte a una tale pressione e a un così elevato calore che la loro stessa composizione chimica e fisica è stata alterata. Osservando dove questo tipo di roccia sia stato rinvenuto in Valtellina, riuscirai a farti un’idea di dove sia stato il punto di maggior travaglio e sconvolgimento. 

Ti invito ora ad avvicinarti al pannello al centro di questa sala, dove potrai vedere la riproduzione di un fossile unico al mondo, sia perché testimonia l’esistenza della Cassinisia orobica, una conifera ormai estinta che prosperava in queste valli circa 260 milioni d’anni fa (che, riprendendo il paragone della persona-Terra, corrisponderebbero a due anni e mezzo nella vita di Gea), sia perché nella sua fossilizzazione si sono verificate delle circostanze che hanno reso il processo ancora più straordinario! 

Se ti sposti verso la Vetrina 18 potrai ammirare il fossile originale, rinvenuto negli anni Settanta del secolo scorso da un gruppo internazionale di paleobotanici, cioè di esperti di piante fossili, nella vicina Valgerola. Gli ingrandimenti fotografici che l’accompagnano raccontano l’incredibile serie di eventi casuali che hanno portato alla sua fossilizzazione.

Prova a immaginare: alcuni rami di Cassinìsia si spezzano e cadono in una pozza d'acqua dolce, sprofondando nel fondale fangoso. Pochissimo tempo dopo l’acqua si ritira e i resti riemergono e si seccano. Poi l’acqua ritorna e sulla pianta sommersa si sviluppano grandi colonie di alghe azzurre, tipiche ancora oggi di molti laghi e oceani. Queste alghe hanno la caratteristica di assorbire il calcare presente in acqua e di crescere formando masse - chiamate stromatoliti - per strati concentrici. Nell’ingrandimento fotografico corrispondono alle parti grigio-nerastre… 

Nel tempo queste colonie di alghe crescono intorno ai rami della pianta caduta e, mano a mano che questa si decompone, il fango del fondale riempie le cavità lasciate dai tessuti vegetali. Con il trascorrere delle ere geologiche, attraverso lunghissimi processi di compattazione e cementazione, il fango si trasforma in roccia. Ed ecco che, insieme all’effetto degli stromatoliti, questa trasformazione ci restituisce oggi un fossile unico al mondo!